Sapevi che migliaia di anni fa a Cagliari vivevano coccodrilli e squali giganti?
Quasi due secoli fa – nel 1868 – nell’area di Piazza d’Armi, dove oggi sorge un polo dell’Università di Cagliari, furono rinvenuti i resti di un animale preistorico. Durante delle operazioni di scavo nelle cave della zona, un’esplosione fece emergere ciò che rimaneva di un grande coccodrillo che era vissuto nel miocene, circa 7 – 8 milioni di anni fa.
Il coccodrillo oggi non fa più parte delle specie che abitano l’Isola. In passato, questo predatore originario dell’Africa abitava il bacino del Mediterraneo e le coste dell’Europa Meridionale, tra cui quelle italiane e spagnole, in tempi in cui il clima era più caldo.
L’esemplare rinvenuto a Cagliari appartiene ad una specie di coccodrillo particolarmente grande. Poteva raggiungere fino a cinque metri di lunghezza, di cui il solo cranio misurava ben novanta centimetri. Possedeva un muso lungo e stretto, a differenza dei coccodrilli moderni, dotati di un apparato più largo e robusto. Questa conformazione fisica – non adatta a cacciare grandi mammiferi sulla terraferma – lascia intendere che l’animale si cibasse principalmente di pesci nelle acque basse.
Il reperto fu studiato prima a Cagliari da Patrizio Gennari ed in seguito a Bologna, dal paleontologo Giovanni Capellini, che gli assegnò il nome di “Tomistoma Calaritanus”. Il fossile sostò a lungo nel capoluogo emiliano: innamoratosene, Capellini sembrava non volerci rinunciare. Il paleontologo arrivò perfino a proporne il trasferimento a Bologna. in cambio di materiale didattico. Ad intervenire fu il Ministero dell’Istruzione, che deliberò il suo ritorno a Cagliari.
Durante la Seconda guerra mondiale, infatti, il fossile venne trasferito a Ghilarza perché fosse al riparo dai bombardamenti. Per ironia della sorte, durante il viaggio rimase danneggiato. La ricostruzione – visibile oggi – è stata realizzata grazie a un calco conservato dallo stesso Capellini. Attualmente, il fossile originale è custodito nel Museo di Geologia e Paleontologia Domenico Lovisato dell’Università degli Studi di Cagliari, dove continua a raccontare una pagina poco conosciuta della storia naturale della Sardegna.
Durante il miocene, la zona in cui è stato trovato il fossile – quella di Is Mirrionis – si presentava come un’area di transizione tra terra e mare. Una palude salmastra simile ad una laguna, ideale come habitat per i coccodrilli e numerose altre specie oggi scomparse.
Tra i predatori che popolavano i mari dell’Isola, troviamo ad esempio il megalodonte. Il nome di questa creatura significa ‘grande dente’ e riflette una sua caratteristica peculiare. Il megalodonte infatti era un grande squalo di circa 15 – 18 metri, dotato di enormi mascelle con 276 denti lunghi fino a 18 centimetri. Le sue fauci potevano aprirsi di oltre 2 metri ed azzannare con uno dei morsi più potenti nella storia biologica del pianeta.
Oltre ai resti di predatori feroci, sono stati rinvenuti anche fossili di delfini, balenottere e tartarughe di tipo marino e d’acqua dolce. Descritti in un documento del 1958, i fossili di tartaruga sono quantificati dalla professoressa Ida Comaschi Caria in tre esemplari. Tuttavia, al Museo di Geologia e Paleontologia Domenico Lovisato se ne conservano soltanto due. Dunque, dove è finita la terza tartaruga?
Come per il coccodrillo, è al centro di una storia di equivoci e trasferimenti inusuali. Dopo alcune ricerche, infatti, si scoprì che era incastonata in un pozzo. Più precisamente nel cortile del convento delle Ancelle della Sacra Famiglia, in via Montello, il luogo dove era stata rinvenuta in origine.
E tu conoscevi questa storia?
A cura di Ludovica Spano.
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